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24 agosto 2011
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Pittella no a una politica Euromediterranea che sia solo uno slogan

Vice Presidente del Parlamento europeo, ed Euro-deputato dal 1999, Gianni Pittella (IT- SD) ha visto durante i suoi tre mandati, l’Europa cambiare: dall’allargamento, all’Euro, alle diverse riforme istituzionali. Oggi è Membro della “Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori”, della “Delegazione per le relazioni con l'Albania, la Bosnia-Erzegovina, la Serbia, il Montenegro e il Kosovo” e fa parte della “Delegazione all'Assemblea parlamentare dell'Unione per il Mediterraneo” con cui si batte per “accorciare le distanze” tra sponda Sud e sponda Nord del “Mare Nostrum”.


Enrico Mayrhofer: Vice-Presidente Pittella, quali sono le azioni che l’UE, o il Parlamento, potrebbero intraprendere per favorire una politica Euro-Mediterranea?

Gianni Pittella: Il PE è una delle istituzioni più convinte della necessità di accorciare le distanze nel Mediterraneo. E sono proprio i fatti di quest’anno che ci hanno dato ragione: mi riferisco a quei fermenti di libertà registrati nella sponda sud che hanno prodotto, talvolta, dei cambi di regime, inimmaginabili solo un anno fa.

Ma Parlamento a parte, penso che l’intera UE potrebbe giocare un ruolo importante in questo processo anche perché l’Europa ha mostrato da sempre una vocazione storica, politica, economica e istituzionale verso la stabilizzazione e la democrazia.

L’abbiamo visto con l’89: all’indomani del crollo del muro di Berlino ci furono mutamenti profondi che interessarono tutte le repubbliche ex socialiste; ebbene, pensi a quanto importante risulto’ allora l’azione politica di Bruxelles chiamata poi con il nome di “grande allargamento”.

E’ ovvio che quello schema non è replicabile per i paesi mediterranei della sponda Sud, ma la linea di azione, l’orizzonte da offrire loro è, a mio avviso, quello di una vera cooperazione “rafforzata” con i 27 paesi dell’Unione basata su regole ben stabite, su tempi certi, su programmi e su azioni con impegni vincolanti per entrambe le parti. Certo, non sarà facile, perché abbiamo davanti le inefficienti performances del processo di Barcellona ed il progetto dell’Unione per il Mediterraneo, per adesso ancora in affanno. E abbiamo davanti anche tutta la politica estera dell’UE che non vive uno dei suoi momenti più felici nonostante il Trattato di Lisbona l’abbia fornita di un Alto Rappresentante. Forse tocca proprio al Parlamento Europeo esercitare quella pressione politica su Commissione e Consiglio affinché l’azione dell’UE nell’area del Mediterraneo acquisisca maggiore incisività e tempestività.


EM: E quali sono i nostri doveri nei confronti della “sponda sud”?

GP: L’Europa ha l’onore e l’onere di presentare una proposta di sviluppo e progresso a questi popoli. Dobbiamo proporci come il “Partner globale” che deve accompagnare il Mediterraneo verso la prosperità, la modernità, la crescita, e la democrazia. Bisogna puntare su settori moderni ad elevato valore aggiunto, come la banda larga, le infrastrutture immateriali, le connessioni veloci, le reti di seconda generazione. E’ forse sarà proprio il ritardo accumulato a ribaltare le condizioni competitive di quei paesi trasformandole in una moderna e innovativa idea economica che possa tramutare la sponda Sud in un hub connettivo per tutto il bacino del Mediterraneo.


EM: Lei ha parlato spesso di un marchio Mediterraneo, di che si tratta esattamente?

GP: L’idea di un marchio mediterraneo, di un “brand” in sostanza, è quella di far leva sulle emozioni e sulle forti tradizioni culturali dell’area affinché la stessa possa diventare la chiave di accesso verso mercati più vasti e lontani. Alla classica diplomazia economica, insomma, è necessario affiancare una diplomazia culturale in grado di puntare ad una rivitalizzazione di un anima mediterranea che esiste da secoli, ma che va forse tirata fuori.


EM: E quale puo essere il ruolo delle regioni?

GP: La risposta è scontata, puo’ essere fondamentale. Ma non penso solo alle regioni, ma anche alle partnership tra università, i gemellaggi tra comuni, lo scambio di buone pratiche, diventano tutti passi importanti e necessari, al pari degli accordi economici tra Governi, già sperimentati e esistenti.

Per me, si tratta della sole precondizioni possibili affinché possa maturare in quell’area pace e stabilità e si possa costruire un quadro di democrazia e di rinnovamento istituzionale che produca i principi fondamentali della libertà individuale e collettiva. Certo, senza forzare tempi, senza forzare usi e culture, senza nessuna mania di “colonizzazione politica” tipo l’esportazione della democrazia di “bushiana” memoria... al contrario questi processi vanno accompagnati e condivisi con le popolazioni locali in un quadro di intese vasto e articolato.

Se anche grazie alla spinta del Parlamento Europeo, l’UE saprà darsi una agenda mediterranea fatta di visione strategica e concretezza operativa si sarà fatto un grande passo in avanti nello sforzo di ripensare ad una politica di vicinato euromediterranea che non si presenti come un insieme di slogan o di dichiarazioni di principio. Questo non è soltanto il nostro augurio ma anche il nostro impegno quotidiano.

enrico.mayrhofer@crpm.org

 
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